• Food blogging: ecco come farlo bene. Intervista a Chiara Maci

Una grande passione: questo è stato il punto di partenza di Chiara Maci, la più nota food blogger italiana. Classe 1983, campana di nascita, emiliana di adozione, si laurea in giurisprudenza e comincia a lavorare nel marketing aziendale, prima di mollare tutto e decidere di seguire la sua più grande passione - la cucina - riuscendo a crearsi sul web un enorme seguito di follower e seguaci. Qual è il suo segreto? Oltre la passione, l'autenticità. Abbiamo imparato ad amare via social i suoi piatti, ma anche la sua vita di cui non fa mistero. Ci schiude le porte della sua casa, ci ha fatto conoscere la sua bambina, Bianca, “il mio orgoglio”, ci racconta”. Ma come si diventa food blogger? Ce lo racconta proprio lei.

Chiara Maci non è sempre stata una food blogger. Laureata in giurisprudenza, master in Media Relations al Sole 24 ore, poi si dedica al cibo: come sè arrivata a diventare una divulgatrice culinaria, la Piero Angela del food?

Ho iniziato per una grande passione, niente di più. Vengo dal marketing, ho lavorato in agenzia e poi in azienda. Qui ho imparato a comunicare. Ho sempre voluto fare la giornalista: ero un'appassionata di Oriana Fallaci. Ho imparato a scrivere leggendo libri di giornalisti. Ma io volevo scrivere di cibo. A casa mia il cibo è una religione: più viaggio e più mi rendo conto che la mia famiglia è strana. Non ho mai mangiato qualcosa che i miei genitori non mi avessero spiegato. Ho iniziato dal mio blog “io in fila”: qui scrivevo di cucina con parole semplici. Ed è questo il trucco: ho un pubblico ampio perché vuole qualcosa di semplice. La nicchia cerca qualcuno di più strutturato. Io, dalla mia, ho i tanti viaggi, conosco bene gli ingredienti e ho mangiato in molti ristoranti. Arrivi a giudicare quando hai mangiato tanto. Se mangi una parmigiana per la prima volta, non puoi giudicare se è buona o no, perché lì è il tuo gusto personale che ti dà la risposta, non quello universale. Quando la gente ha iniziato a chiedermi consiglio, allora ho iniziato a pensare che la mia attività di food blogger poteva interessare a qualcuno. Per carattere mi annoio facilmente e il cibo mi stimola sempre, perché c'è sempre qualcosa che non so.

 

Qual è l'argomento del mondo food che la stimola di più?

Le realtà piccole sono molto stimolanti: le piccole aziende sono umili, anche se hanno molto da insegnare. Il punto è che non si sentono legittimati.

 

Chi le ha insegnato a cucinare?

Mia mamma, mi ha insegnato senza insegnare. Non c'è un ricordo nella mia infanzia e di quella di mia sorella Angela (Maci, sommelier e food blogger, ndr.) che non sia legato alla cucina. E fino ai 22 anni credevo fosse normale, poi davanti alla schiscetta dei miei colleghi milanesi, che portavano l'insalatina confezionata, ho capito che ero diversa. Le mie conoscenze di marketing mi hanno fatto pensare che questo patrimonio poteva essere comunicato.

 

 

Secondo lei quanto conta la formazione in cucina?

Tanto. Quando mi hanno chiamato a “Cuochi e fiamme” (il programma condotto da Simone Rugiati , ndr.) mi dovevo relazionare a decine di ingredienti che non conoscevo. Così ho preso in mano i libri di ingredienti e tecniche, e ho iniziato a studiare. La passione può fino a un certo punto, poi devi integrare con la conoscenza che ti permette di poter parlare di tutto. La cosa fondamentale non è solo andare a scuola, ma muoversi, passare ore e ore in cucina per fare un piatto, o farsi insegnare le cose da qualcuno. La conoscenza è sempre più importante perché siamo sempre di più e, scrivere di cucina è facile e ci si può improvvisare. Ma a un certo punto si chiede il salto di qualità. Ci sono tanti blogger, ma la selezione naturale ne farà sopravvivere solo alcuni.

 

Quali sono le caratteristiche che secondo lei uno chef deve avere?

Uno chef non dovrebbe fermarsi mai, dovrebbe avere sempre voglia di imparare. Se parliamo di un cuoco regionale, deve conoscere la tradizione. Ma nel 2016 un cuoco deve scegliere le sfide, devi scegliere di viaggiare, di conoscere lingue diverse, perché lo chef deve incontrare i clienti e deve saper parlare con loro, quindi deve saper parlare bene in italiano e non solo.

 

E i difetti?

I difetti: l'egocentrismo. Conosco tanti cuochi, e con alcuni non riesco a fare commenti. Fanno un lavoro tosto, vivono tra quattro mura e tante volte il commento viene visto come una critica, pensano “ma cosa ne vuoi sapere tu che scrivi”?

 

Ci sono chef, gastronomi e critici culinari: e poi ci sono i food blogger. Secondo lei chi sono e qual è la loro missione nel panorama contemporaneo?

I food blogger vengono chiamati influencer perché possono influenzare le persone, ma il critico culinario è un altra cosa. Non si diventa critici a 30 anni. Prima di imparare e poter dire che un piatto è fatto bene, bisogna accumulare esperienza. Il critico è definito proprio da questo: ha l'esperienza. Il food blogger è un ibrido tra un appassionato di cucina e un giornalista, ha una grande passione che si trasla in ricette. A volte il food blogger decide di fare un passo in avanti e scrivere di ristoranti, che è un po' come iniziare a fare il critico. Alla fine sono pareri personali. Con l'avvento dei blog è normale che tutti possono scrivere di tutto. In un incontro con lo chef Davide Scabin, lui ha chiesto ai giornalisti in sala “Chi è di serie A e chi di serie B?”, una domanda che si può fare solo in Italia. Perché i blogger non sono regolamentati, mentre all'estero sono molto più stimati. In Italia devi provare il tuo valore.

 

Presta il volto come testimonial per molti brand alimentari o affini alla cucina: come è riuscita a concretizzare la sua passione per il food e la sua identità di food blogger in questo lavoro?

Succede che quando inizi ad avere tanti follower che si lasciano influenzare da quello che dici, le aziende ti chiamano e ti chiedono di prestare loro il tuo volto. La scelta più importante è con chi lavorare. Faccio comunicazione, ricette, eventi per le aziende che scelgo. All'inizio, quando avevo aperto il mio blog, ho rifiutato diverse offerte perché volevo prima costruirmi una credibilità. Poi ho avuto la libertà di scegliere. Alcuni blogger si gettano subito in questo mercato perché sono i primi soldi che frutta il tuo blog e accetti. Ma sapevo che le cose le avrei costruite con il tempo. E ho aspettato.

 

Quali tendenze nel mondo del food vede delinearsi all'orizzonte?

Attenzione alla sostenibilità nel cibo, che significa attenzione alla produzione: non sarà il km zero o l'orticello a fare la differenza, ma anche l'attenzione allo spreco, la capacità di utilizzare tutto l'ingrediente. Usare le bucce delle patate per esempio, com'è stato fatto con le frattaglie, il diaframma. La cucina sarà sempre più legata alle verdure, al cibo della tradizione, al cibo povero.

 

Cosa odia di più nel mondo della cucina oggi?

Come ingrediente, le ostriche. Come fenomeno, le sfilate, quel volersi far vedere. Tutti vogliono parlare di cibo, io in primis, per carità. Ma nei prossimi anni bisognerà prendersi cura di questa comunicazione e non trattarla come una moda, senza pensare ai contenuti. A volte si fanno fiere di moda a cui si mischia il food, ma senza portare contenuto o insegnare niente. Della cucina odio l'essere diventata di moda.

 

Si sperimenta sempre di più, poi si torna alle origini, poi ci si apre alla multiculturalità nel piatto: in cucina gli chef sembrano sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e straordinario. Ma tu lo mangeresti ad esempio il rognone con l'ostrica di Carlo Cracco?

L'ho mangiato! Per il mio compleanno dei 20 anni: mi preparò il rognone con le cozze. Ero con mio padre. Poi io e Angela l'abbiamo mangiato anche con l'ostrica. È stato difficilissimo. Non sono una per le cose troppo forzate. Sono abbinamenti di gran moda, come la tartarre di manzo con crema di ostrica. Sono una tradizionalista e secondo me non bisogna non stressare troppo l'ingrediente: secondo me il rognone non nasce per stare insieme all'ostrica.

 

Grazie ai social, oggi sembra che il cibo si guardi più di quanto si mangi. Pensa che sia vero? Pensa che questo fenomeno stia impoverendo il mondo della cucina e della ristorazione?

No, perché si cucina e si esce molto di più. Molta gente che fino a poco tempo fa era disinteressata al cibo, fotografa e parla molto più di cucina e piatti che poi mangiano! Addirittura iniziano a fiorire attività tipo i Masterchef casalinghi. Secondo me fa bene: ne è la dimostrazione il boom di iscrizioni agli alberghieri. Anche se le scuole, dopo aver insegnato la teoria, ti mandando un ragazzo che  non sa quanto è faticoso come lavoro! Ragion per cui non aprirei mai un ristorante. La cucina è bella, ma non è che se ami cucinare devi aprire per forza un ristorante.

 

Ancora oggi, quando si mette ai fornelli, qual è la sensazione che prova?

La serenità. Io sono una persona che cerca sempre questa sensazione. Cucinare mi rilassa, è una risposta comune lo so, ma è quello che mi ha permesso di capire che si può vivere anche facendo qualcosa che ti rilassa. Perché il lavoro non è per forza stress.

 

 

Nel programma “Vita da Food blogger” in onda su Fox, lei parla di ricette, di successo sui social, ma anche della sua vita. Oggi accanto a lei c'è la piccola Bianca a cui spesso fa sperimentare i suoi piatti: com'è il suo rapporto con la cucina, che tipo di “cliente” è?

Lei mangia tutto. Io lo speravo e le ho proposto qualunque cose, e non ha mai detto di no. La mia cucina è cambiata molto da quando c'è lei e sono molto attenta anche a creare un menu variegato. Avere davanti una bambina curiosa è un grande orgoglio. È già entrata in ristoranti stellati dove mangia tutto! Per lei non ho mai chiesto la pasta al pomodoro, ordino il souté di cozze e vongole. E mi emoziono da morire, sensazione che mi fa capire quella provata dai miei genitori: è bello vedere un figlio mangiare, è come renderlo felice.

 

Qual è il suo comfort food, il cibo di cui non può fare a meno?

Amo le cose calde, cremose, che ti abbracciano, come la zuppetta di lenticchie con lo zenzero che è una stupidata, ma lo zenzero messo in infusione ha qualcosa di balsamico: dà sollievo. E dall'altra c'è la lenticchia, che come tutti i legumi per me rappresenta casa, la tradizione.

 

Un consiglio a chi oggi vuole intraprendere un corso per cuoco.

Bisogna pensare bene a cosa si sta facendo: prima di dire “voglio fare il cuoco”, bisogna sapere che è un lavoro bellissimo, che offre la possibilità di viaggiare e di conoscere, ma che significa anche privarsi di tante cose, compreso orari normali, quelli in cui gli altri vanno a cena o vanno a pranzo. Significa avere una vita difficile, che influenza anche la famiglia che ci si va a formare. E questo è un aspetto che è comunicato troppo poco, forse sviati anche dalla tv. Si comunica che fare il cuoco è figo perché si va in tv, ma bisogna anche dire che la vita dentro una cucina è davvero tosta. E magari si lavora come "signori nessuno" per tanto tempo prima di emergere.

 



 

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